UFFICIO NAZIONALE PER LA PASTORALE DELLA SALUTE
DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

XXIII Convegno Nazionale – Odore di «scarto», ci vuole una cura

Tra pandemia e guerra, crescono i motivi di disagio
12 Maggio 2022

di Francesco Ognibene
inviato a Cagliari

È un attimo: ci si credeva al sicuro, e arriva l’apnea. Una malattia, il lavoro che se ne va, un figlio che non trova la strada, un genitore anziano non più autonomo. E da garantiti eccoci emarginati, dapprima in modo impercettibile, poi – se le cause si assommano – gettati nell’emarginazione, 'sfortunati', infrequentabili, come si emanasse un cattivo odore. Scartati. Può succedere, è successo nei due anni di pandemia con l’impeto di un tornado che si è abbattuto su una società che si pensava solida e invece recava in sé lacerazioni pericolose. La Chiesa italiana ha acceso il radar anche su questa nuova area di disagio sociale – pandemia, crisi sistemica, ora guerra – con il crescere degli italiani rimasti senza rete sotto l’effetto di un impoverimento che da economico che era è diventato anche sanitario. A proporne un’immagine molto realistica è il Convegno nazionale di Pastorale della Salute che sino a oggi a Cagliari vede – finalmente in presenza – i delegati delle diocesi invitati dall’Ufficio Cei. Nel suo percorso tra i sensi – quarto anno del viaggio in una corporeità da rileggere in chiave cristiana – l’organismo diretto da don Massimo Angelelli sta proponendo di 'annusare' la nostra umanità provata da Covid e scenari bellici: e con l’evocativo tema «Dall’odore al profumo, il senso ritrovato. Per un superamento dello scarto» invita a chiamare col loro nome le forme di selezione di cui siamo testimoni. Per capirle e sanarle.

Quel che i dati ci restituiscono è una realtà sociale in cui le famiglie povere sono raddoppiate in 10 anni con un balzo nella tempesta pandemica, come spiega la responsabile Welfare e Salute del Censis, Ketty Vaccaro: «Diventare 'scarto' può capitare a tutti, la linea di demarcazione si è fatta labile. Le vulnerabilità hanno un fattore incrementale, si sommano e si combinano producendo effetti devastanti in presenza di cause di fragilità come oggi sono la giovane età, la solitudine, la presenza di figli piccoli, la numerosità della famiglia, la collocazione geografica, l’area urbana degradata, un disagio psichico, una disabilità, la condizione di migrante...». La forbice dell’esclusione sociale si fa sempre più larga, talora anche in presenza di un’occupazione. E il degrado della salute è la prima spia che si accende. Il presidente della Caritas e arcivescovo di Gorizia Carlo Maria Redaelli, a capo della Commissione episcopale che non a caso unisce carità e salute, conosce bene la situazione grazie ai sensori sul territorio: oggi la malattia può essere il frutto e insieme la causa della povertà, con la forma di scarto particolarmente odiosa che è la crescente difficoltà di troppi italiani nell’accesso alle cure in quello che è pur sempre uno dei migliori Servizi sanitari del mondo. Lo scenario si fa ancora più complesso quando irrompe il disagio psichico, che in una condizione così incerta esprime quella «povertà vitale» osservata da Alberto Siracusano, ordinario di Psichiatria a Tor Vergata. La salute mentale precaria e la conseguente «fragilità», effetto di «reti sociali, affettive, familiari e amicali logorate», comporta «il rischio dello spreco di chi ne è vittima. Non è più chiaro cosa sia un progetto di vita, prevale l’idea di un investimento produttivo che deve creare ricchezza rispetto alla qualità di vita come benessere psicologico». A un nuovo paradigma di «ricchezza vitale » guarda così Siracusano come – da vescovo e teologo – monsignor Francesco Savino, alla guida della diocesi calabrese di Cassano all’Jonio, quando pensa a una «Chiesa chiamata a promuovere luoghi di accoglienza e ospitalità» nei quali si testimoni «la cura dell’altro e delle relazioni come esercizio concreto di misericordia e fraternità ».

Non sono nobili sogni ma necessità: ormai dovrebbe essere chiaro che «è crollata una finta costruzione di sicurezza» insieme all’illusione di «uscire migliori dal Covid: perché non sembra che abbiamo imparato a liberarci dal superfluo, dalla virtualità, dal delirio dell’immagine», amara osservazione di una testimone del tempo come Giovanna Botteri, inviata Rai su tanti fronti globali, inclusa la Cina del virus, che al convegno Cei ha portato – in stile sinodale – una voce 'altra' e insieme totalmente sintonica sugli approdi di senso delle crisi attuali: come la necessità davanti alla guerra di «usare parole che non scavino fossati ma creino un terreno di incontro». Una chiave di significato e di speranza – esplorata anche dal cappellano del Gemelli padre Andrea Stefanie dal teologo don Maurizio Gronchi– scelta dall’arcivescovo di Cagliari e vicepresidente Cei Giuseppe Baturi, che nota come «dal mondo laico ci viene ricordato che oggi il tema fondamentale è quello del vivere», un incoraggiamento a «convocare al nostro tavolo le domande più profonde sull’uomo» avvertendo la «responsabilità di indicare cosa ci costruisce come popolo». Perché «dentro le crisi siamo sempre stati capaci come cattolici di costruire il futuro su grandi visioni, e in dialogo con tutti». Il momento è indubbiamente questo.

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