Di Emanuela Vinai, Coordinatrice del Servizio Nazionale per la tutela dei minori della CEI
Ogni anno, più di 2 milioni di bambine, prima del loro quinto compleanno, vengono sottoposte a mutilazioni genitali femminili (MGF), procedure terribili che comportano l’asportazione parziale o totale dei genitali esterni femminili o altre lesioni agli organi genitali. Sono pratiche radicate in diverse tradizioni culturali e sociali di circa una trentina di paesi tra Africa, Medio Oriente e Asia (le comunità con numeri assoluti più alti sono egiziane, nigeriane ed etiopi, l’incidenza più alta si registra tra le donne somale, sudanesi e guineane), che non hanno alcuna giustificazione né religiosa né sanitaria. Eppure, la profonda disuguaglianza di genere e norme non scritte ma molto seguite in queste comunità, che tendono alla condanna e alla stigmatizzazione per chi non vi si attiene, hanno favorito ambienti in cui le MGF sono ampiamente praticate e incoraggiate, nonostante i danni noti. Le conseguenze delle MGF sono devastanti: dolore acuto, emorragie, infezioni, complicazioni durante il parto, infertilità, traumi psicologici profondi e, in alcuni casi, la morte. Oltre ai danni fisici, queste pratiche negano alle bambine e alle donne il diritto all’integrità del proprio corpo, alla salute e all’autodeterminazione, rafforzando disuguaglianze di genere e meccanismi di controllo sul corpo femminile.
È questo un fenomeno che riguarda anche il nostro Paese. Secondo uno studio condotto dall’Università di Bologna e dall’Università di Milano Bicocca, in Italia sono presenti circa 88.500 donne che hanno subito le MGF. A queste si aggiungono circa 16.000 bambine sotto i 15 anni potenzialmente a rischio, 9.000 delle quali nate in Italia. In alcuni casi, le mutilazioni vengono praticate durante viaggi nei Paesi d’origine o in modo clandestino sul territorio europeo. L’Italia ha adottato una legge specifica, la n. 7/2006, che vieta e punisce le MGF, ma la repressione penale da sola non basta. Restano fondamentali la prevenzione, l’informazione e il dialogo interculturale, insieme al sostegno alle donne e a un’adeguata la formazione al personale sanitario che entra in contatto con le vittime. Parlare di tolleranza zero significa affermare con forza che nessuna tradizione può giustificare la violenza, che la tutela dei diritti umani deve essere universale, e che tutti possiamo contribuire a creare un mondo in cui le donne e le ragazze vedano rispettati i loro diritti alla salute, all’istruzione e alla sicurezza.
Anche chi opera nella pastorale della salute è chiamato a essere non solo sensibile, ma anche una voce seria e autorevole nella difesa dell’integrità fisica, psichica e spirituale delle bambine e delle donne, tutelando ogni aspetto della loro umanità.